càlia

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Alimenti

càlia (ceci) (vendeva c. e simenza, ceci atturrati e semi di zucca salati; C’erano anche i venditori di c. e simenza) [semi abbrustoliti; “bancarelle di càlia e simenza – semi di melone e ceci abbrustoliti –” CC 50; “invitando il vicinato a mangiare un pugno di càlia” (L. Capuana, Notte di San Silvestro (Le paesane), in Racconti, Salerno Editrice, 1973, t. II, p. 60); “cavando dalla cassa grande di noce un pugno di ceci abbrustoliti, perché su la càlia si beve egregiamente” (L. Capuana, Comparatico (Le paesane), in Racconti, Salerno Editrice, 1973, t. II, p. 183); “ ‘ceci abbrustoliti’ (1519), è voce sic. e cal., dall’ar. qaliyya ‘fritto, arrostito’, che conserva il senso originale nel malt. qalja ‘frittura’ ” (Varvaro); “I ceci, già secchi, si fanno prima bollire in acqua e sale e poi si tostano nella sabbia infuocata raccolta all’interno di una sorta di padellone detto caliaturi. In Sicilia la specificità del significato assunto dalla parola (che non si riferisce, certo, come in arabo, a qualcosa di fritto o arrostito) deve essere dipesa dal rapporto tra il valore “arrostito”, proprio del termine arabo, e la circostanza che il recipiente all’interno del quale si preparava la càlia è una specie di padella” (Roberto Sottile, Le parole del tempo perduto, Marsala, Navarra editore, 2016, ad vocem)] CC 50; FA 72 (79); GM 96;