Capodanno

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Capodanno

Cogliendo il pretesto offerto dal mirabile intreccio tra letteratura e vita di cui l’opera di Andrea Camilleri più e più volte fa mostra, il compilatore del CamillerINDEX, a sua volta, si permette di formulare gli auguri per il nuovo anno 2022, utilizzando un lemma che in questo 31 dicembre cade a proposito. A chi volesse sollevare questioni pregiudiziali e di metodo, evocando un’impropria commistione di ruoli e funzioni, va detto che, semel in anno, può essere lecito seguire le impronte di Camilleri, Maestro di ambiguità, massimamente per quanto concerne il rapporto tra persona (quella dell’Autore) e personaggi, a cominciare dal più noto, il commissario Montalbano, cui lo scrittore – pur dicendo di detestarlo, e, forse, in effetti non amandolo – concede in prestito letture, gusti artistici, pensieri, idiosincrasie e (si sospetta) alcune opinioni sull’universo femminile di cui qui non discutiamo, ma che hanno, comunque, non secondario rilievo, anche quando di Capodanno si tratti.

Volendo esplorare l’occorrenza del termine ‘Capodanno’ nel vasto corpus formato dalle opere e da alcuni testi saggistici e autobiografici, dobbiamo usare prudenza: distinguendo quel che Camilleri affida a Montalbano o ad altri protagonisti, da ciò che scrive in prima persona e per proprio conto.

Cominciamo da qui, con uno squarcio puramente autobiografico che rivela una fine d’anno tranquilla e consacrata agli affetti: “Trent’anni fa acquistai una casa in Toscana, sul monte Amiata. Ogni Capodanno e Natale [Orazio Costa], veniva da noi”, La linea della palma (LP, p. 220). Ben più agitata e rimbombante di scoppi capaci di evocare la guerra è il ricordo della festa che, nell’occasione, si celebra a Napoli: “L’esimio pensatore non tiene conto che Hamas non possiede né televisioni, né giornali, né aerei, né elicotteri, né missili; solo razzi un pochino più pericolosi di quelli che a Napoli si sparano a Capodanno”, Un inverno italiano (IIT, p. 113). Il medesimo tema ritorna in una delle notazioni racchiuse in Segnali di fumo: “Il costo della vita segna un rialzo costante. Ebbene, malgrado questa fallimentare situazione, leggo che i botti di Capodanno hanno provocato 2 morti e 316 feriti. Il che sta a dimostrare che solo l’imbecillità umana, sotto qualsiasi forma si manifesti, non conosce mai un momento di crisi”, SF, p. 57.

Del tutto neutro – quasi una mera indicazione cronologica – è il capodanno che incontriamo in La stagione della caccia: “Il pacchetto a vapore che faceva navetta postale da Palermo, il «Re d’Italia» – ma dai siciliani testardamente continuato a chiamare «Franceschiello» per un miscuglio di abitudine, luffarìa e omaggio al re borbone che aveva istituito il servizio – attraccò, spaccando il minuto, alle due di dopopranzo del capodanno del 1880, nel porto di Vigàta, SC, p. 9; “Fu per questo che alle quattro di dopopranzo di quel capodanno, Sasà Mangione, barcollando sotto il peso di un enorme baule pieno di borchie di rame che sparluccicavano e che gli davano un dolore alla bocca dello stomaco all’idea di non poterle svitare e portarsele a casa, attraversò vie e piazze di Vigàta facendo voci”, SC, pp. 13-14. Come pure quelli evocati nel racconto Capodanno, compreso nella raccolta Un mese con Montalbano: “Verrà a Vigàta per il Capodanno, rientrerà a Mosca per fare le consegne e poi tornerà definitivamente a fine febbraio”, MM, p. 37; in Meglio lo scuro (nella raccolta La paura di Montalbano): “Verso le undici di quella sira di Capodanno, gli pigliò all’improvviso un sintòmo”, PM, p. 289; in La moneta di Akragas: “Tra Natale e Capodanno non fa che piovere a dirotto”, MAK, p. 34; nel racconto Romeo e Giulietta (compreso in La Regina di Pomerania): “Don Girolamo Uccello ’nveci era d’accordo a fari il ballo, ma non maschirato. «La maschira si porta a cannalivari, non a capodanno»”, RPO, p. 13; “La matina di Capodanno, per vecchia costumanzia, i d’Asaro, ’nzemmula a parenti stritti, parenti luntani, amici e famigli s’arritrovavano tutti a Fasanello, che era un feuto indove tinivano ’na granni massaria. E lì sinni stavano a mangiari e a viviri fino alle cinco di doppopranzo per po’ tornarisinni a Vigàta che distava un’orata e mezza di carrozza”, RPO, p. 27; “Nella notti tra il Capodanno e il dù, Giogiò Cammarata persi nella bisca milli liri supra alla parola” RPO, p. 30 e nel racconto Le scarpe nuove (La Regina di Pomerania): “’N tutta l’annata le jornate di riposo, dato che macari la duminica era per loro lavorativa, s’arriducivano a quattro: San Calò, Pasqua, Natali e Capodanno”, RPO, p. 93; “Il capodanno ’nveci vinni tanticchia meglio. RPO, p. 102.

Il tema dei fuochi d’artificio impiegati per i festeggiamenti ritorna in Il diavolo, certamente: “Capodanno è passato da poco e i meridionali botti ne hanno fatti tanti. Il papà di Pasqualino, un loro compagno, pare che addirittura li fabbrichi”, DIAV, p. 113, come pure in Una cena speciale (nella raccolta Capodanno in giallo), racconto di cui è protagonista Montalbano, ma che ora consideriamo per lo squarcio pirotecnico offerto da un altro personaggio: “Santino Larocca aviva ’na fabbrica autorizzata di fochi d’artificio e di botti che sutta Capodanno travagliava alla granni”, CSP, p. 33; mentre un passaggio d’anno triste e solitario è quello che malinconicamente è descritto in Dentro il labirinto: “La notte di Capodanno la trascorre da solo nel suo appartamento illuminato dalle candele”, DL, p. 147.

Più festoso è quello che troviamo in Morte in mare aperto (“Pirchì io, ogni notti di Capodanno, ’nvito a la mè casa tutti l’equipaggi con le famiglie”, MMA, racconto Morte in mare aperto, p. 101) e in I cacciatori (della raccolta Le vichinghe volanti e altre storie d’amore di Vigàta): “Abbisogna sapiri che la prima vota che Vicenzo era annato a caccia era stato propio nel capodanno del milli e novicento e vinti, quanno aviva vinticinco anni, ’nvitato da ’n amico di sò patre, don Mario Ticchiara, che gli aviva ’mpristato macari il fucili”, VVOL, p. 168.

Lo spirito festivo ha, infine, un ruolo politico-sociale nel racconto Lo stivale di Garibaldi (incluso in La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta): “La situazioni si carma tanticchia quanno si veni a sapiri che l’ex luogotinenti è tornato in libbirtà. Alli setti del matino arriva in prifittura il sigritario di Sò Cillenza il pispico di Montelusa, monsignor Occhiobello. Porta ’na proposta del pispico. E cioè che Falconcini conceda subito l’autorizzazioni per le onoranze allo stivali ma stabilenno ’na data pricisa e cioè tra ’na misata, nei jorni tra natali e capodanno. La fistività natalizia di sicuro carmerà gli spiriti bollenti dei calibardini, oltretutto è cosa cognita che nisciuno voli sciarriarisi in quel periodo”, CF, p. 268.

Riguardo alla festività, Salvo Montalbano (che Camilleri ha voluto mostrare nelle mutazioni della vita, mentre invecchia e nel cimento con i diversi accadimenti storici) ha un’indefettibile opinione che mai muta: “Il Natale Montalbano lo passò a Boccadasse con Livia, il ventisette matina andarono tutti e due all’aeroporto Colombo, il commissario per tornarsene a Vigàta e Livia invece per trascorrere il capodanno a Vienna con alcuni colleghi d’ufficio. Malgrado le insistenze della sua fìmmina perché macari lui partecipasse alla gita, Montalbano aveva resistito: a parte il fatto che con gli amici di Livia si sarebbe sentito spaesato, la verità era che non reggeva i rituali delle feste. Una notte di capodanno passata nel salone di un albergo, con decine e decine di sconosciuti, a fingere allegria durante il cenone e il ballo, gli avrebbe sicuramente fatto venire la febbre”, MM (racconto Capodanno), p. 363. E una medesima scontrosità mostra in Un caso di omonimia (compreso in Gli arancini di Montalbano) quando gli viene prospettata l’altra sciagura che non di rado accompagna la festa, ovvero l’ipotesi di trascorrerla a New York: “«Io, a Nuovaiorca? Manco se mi sparano.» «Allora senti. Io vado con la mia amica, torno a Boccadasse il 27, il giorno appresso piglio un aereo e vengo da te a Vigàta. Va bene così?» «Natale è una cosa, capodanno un’altra.» AM, p. 79. Poi – nel racconto Gli arancini di Montalbano (compreso nella raccolta dallo stesso titolo) inizia la litania degli inviti rifiutati con eguale fastidio che troveremo anche in un successivo racconto: “Il primo a cominciare la litania, o la novena o quello che era, fu, il 27 dicembre, il Questore. «Montalbano, lei naturalmente la notte di capodanno la passerà con la sua Livia, vero?» No, non l’avrebbe passata con la sua Livia, la notte di capodanno. […] «Senta, però, se non può, potremmo vederci a pranzo il giorno di capodanno.» […] «Domani, per la notte di capodanno, vuoi venire con mia?» spiò Mimì Augello che aveva intuito l’azzuffatina con Livia”, AM, pp. 327-328; “Montalbano non ebbe dubbio con chi cenare la notte di capodanno. […] La matina del 31, appena trasì in ufficio, Fazio ricominciò la litania o la novena o quello che era: «Dottore, se questa sira non ha meglio di fare…» Montalbano l’interruppe e, considerato che Fazio era un amico, gli disse come avrebbe passato la serata di capodanno”, AM, p. 330; “Ecco: accussì Mimì poteva salutare la nottata di capodanno al Central Park. E avrebbe dovuto essergliene grato, perché lo sparagnava da un sicuro avvelenamento”, AM, p. 331.

Un eccesso di cibo sembra essere la principale caratteristica del Capodanno chiamato in causa per descrivere la gita di Pasquetta (“Il che veniva a significare che Vigata al completo, dai catanonni ai pronipoti, sarebbe scasata verso la campagna o verso il mare, abbondantemente munita di sfincioni, cuddrironi, arancini, pasta ’ncasciata, milanzani alla parmigiana, purciddratu, panareddri coll’ovo, cannoli, cassate e altre squisitezze da mangiare all’aperto, in quello che teoricamente era un picnic ma che praticamente finiva col rivelarsi una specie di cenone di capodanno”, Ritorno alle origini, in La prima indagine di Montalbano, PIM, p. 239).

Il rito appena ricordato del cenone implica, anno dopo anno, il ricorrere di inviti non graditi che si manifesta anche in Il campo del vasaio: “Aviva appena finuto di mangiare secunno tutti i comannamenti e si stava susenno dal tavolo, quanno Enzo gli s’avvicinò. «Dottore, dov’è che se li passa Natale e Capodanno?». «Perché mi fai ’sta domanda?». «La volevo avvertire che se per caso resta a Vigàta, la notti dell’urtimo di l’anno la trattoria è chiusa. Ma se vossia si voli viniri a passari la nuttata a la mè casa, mi fa anuri e piaciri». E stava per raccominzari la gran camurria delle feste! Che lui propio non sopportava cchiù, non per le feste in sé, ma per lo scassamento di cabasisi dei rituali di auguri, rigali, pranzi, cene, inviti e ricambi d’inviti. E po’ i biglietti d’augurio con la spiranza che l’anno novo potiva essiri migliore di quello appena passato, spiranza vana pirchì ogni anno novo alla fine arrisultava sempre tanticchia peggio di quello che l’aviva preceduto”, CV, p. 161.

Giungiamo, così, all’ultima tappa della “gran camurria” rappresentata, come abbiamo appena visto, non dalla festa in sé, quanto dal corredo degli obblighi sociali e dalle sciocche ritualità produttrici, per Montalbano, di un potente “scassamento dei cabasisi”. C’è un racconto, Una cena speciale (lo abbiamo già incontrato, è incluso in Capodanno in giallo, racconti di diversi autori riuniti dal medesimo tema), che riprende il tema già incontrato in Gli arancini di Montalbano, tuttavia declinandolo verso una conclusione diversa. Ma il preludio, rappresentato dagli inviti per festeggiare insieme, è il medesimo: “«Di sicuro voli ’nvitare a vossia e alla signorina Livia a passari con noi la notti di Capodanno»”, CSP, p. 21; “«Tu e io, la sira di Capodanno, ce le portamo a mangiare, e soprattutto a viviri vino e sciampagni a tinchitè al Madison, appresso facemo dù o tri giri di ballo, po’ annamo a Montelusa all’albergo Jolly indove preventivamenti avemo prenotato dù càmmare matrimoniali e ’naguramo bono l’anno che veni. Chi ’nni dici?»”, CSP, p. 22; “«Mia moglie ed io saremmo lieti se lei e la sua fidanzata poteste venire da noi per la cena di Capodanno»”, CSP, p. 23; “«Allura, se vossia mi voli fari l’anuri di passari la notti di Capodanno ’nni la mè casuzza, ci dugno assicuranza che mè soro Trisina cucina bono e che ’u vino di…»”, CSP, p. 24; “Montalbano ristò col sciato sospiso. Ma Adelina l’aviva accaputo che la notti di Capodanno sarebbi stato sulo?”, CSP, p. 26, “«Vegno ccà per dù motivi. ’U primo è per invitarla a passari con noi la notti di Capodanno»”, CSP, p. 28; “«Dottore, m’ascusasse. Per la sira di Capodanno priparo ’na cena spiciali per i nostri clienti. E quanno dico spiciali significa spiciali. Se vossia non avi nenti di meglio da fari…». Ora macari Calogero ci si mittiva? Ma che smania gli era vinuta a tutti d’avirlo con loro la notti di Capodanno? «Grazie, ma ho già un impegno». Proprio sulla porta si sintì chiamari dal colonnello ’n pinsioni Strazzeri, uno che non dava confidenzia a nisciuno e che stava assittato ’mpettito al solito tavolino vicino alla trasuta. «Mi dica, colonnello». «Volevo invitarla a passare con noi, l’Associazione Reduci, la notte di Capodanno”, CSP, p. 37; “«Te l’avevo detto che non potevo più venire a Vigàta per il Capodanno a causa di un contrattempo, no?»”, CSP, p. 48; “«Vieni a prendermi, mi raccomando. Sono così felice di poter passare la notte di Capodanno con te!»”, CSP, p. 49; “Po’, passata ’na mezzorata, tilefonò ad Adelina per darle la notizia che il Capodanno l’avrebbi passato con Livia”, CSP, p. 50.

Per la consolazione di chi legge, va aggiunto che il Capodanno con Livia, in un locale pubblico e con molti dubbi sulla qualità del cibo, si risolve bene: Montalbano mette fine alla carriera di un ricercato e può tornare agli arancini che, contro ogni aspettativa, si rivelano buoni, quanto quelli che sa cucinare Adelina: “Pigliò ’n arancino, ci detti ’n’addintata pricauzionali, po’ ’na secunna, ’na terza… Miracolo! Squasi non cridiva a quello che gli diciva il palato. «Ma lo sai che non sono niente male?» dissi a Livia. Che gli sorridì, filici”, CSP, p. 54.

Così sia per tutti: che nell’anno prossimo abbiamo la fortuna di incontrare persone sempre più sorridenti e felici (g.m. 31 dicembre 2021).