Scartafacci, scatafasci e scartafascio
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Schede contestuate
Scartafacci, scatafasci e scartafascio
Non è neanche una critica degli scartafacci, questa qui raccolta, e non solo per non accostarci indebitamente agli illustri nomi di Benedetto Croce e di Gianfranco Contini, ma soprattutto perché, nel caso di specie, neppure di uno scartafaccio d’autore disponiamo, ma solo di edizioni a stampa che qualche problema filologico inevitabilmente pongono. Camilleri, poi, ci mette del suo, introducendo uno scartafascio di nuova coniazione: e piacerebbe ipotizzare che l’abbia fatto ad arte, non per errore di digitazione. Almeno fino a prova contraria. Parliamo di scartafacci, dunque, termine che, al plurale, compare in Il giro di boa, nel colloquio tra Montalbano e Ciccio Albanese, “omo di mare”, al quale il commissario si era rivolto per avere informazioni relative alle correnti marine: “Se voli, datosi che dumani non nescio col peschereccio, posso passare da vossia, in commissariato, in matinata. Porto cu mia i scartafacci” (GB 62). Che cosa esattamente il marinaio intenda con quel termine, si chiarisce in un successivo passo del dialogo: “«Non hai portato i scartafacci che avevi detto?». «Se ce le facevo vidiri le carte nautiche vossia le capiva?»” (GB 73). I due personaggi parlano di carte – carte nautiche per l’esattezza – in qualche modo tenute insieme e, forse, contenute all’interno di una cartellina. Differente il contesto, ma nella sostanza affine il significato in un passo di La giostra degli scambi, dove non di carte nautiche si tratta, bensì di documenti d’ufficio: “Rita Cutaja era ’na sissantacinchina che potiva essiri pigliata come l’esemplari tipico dell’impiegata che ha passato ’na vita ’ntera tra faldoni e scartafacci ’mpruvulazzati dintra a uffici di scarsa luci e di ancora cchiù scarsa capienza” (GSC 235). Allo stesso modo in Riccardino, sia nell’edizione del 2005: “Monsignor Partanna si susì da un imponente seggiolone ch’era darrè a una scrivania supra la quale c’erano libri, scartafacci e un computer addrumato che venne prontamente astutato” RIC2005 64; sia in quella del 2016: “Sò Cillenza Partanna si susì da ’n imponenti seggiolone ch’era darrè a ’na scrivania supra alla quali ci stavano libri, scartafacci e un computer addrumato che vinni prontamenti astutato” RIC 75. Nello stesso romanzo Il giro di boa, dove erano comparsi gli scartafacci, è presente anche la locuzione a scatafascio, riferita alla percezione del mondo che, in un certo momento, segna l’animo di Montalbano: “Si era fatta l’ora di andare a mangiare. Sì, ma dove? La conferma che il suo mondo aveva cominciato ad andare a scatafascio il commissario l’aviva avuta appena una misata appresso il G8, quanno alla fine di una mangiata di tutto rispetto, Calogero, il proprietario-coco-cammareri della trattoria «San Calogero», gli aviva annunziato che, sia pure di malavoglia, si ritirava” GB 78). A scatafascio, sempre col significato di ‘in rovina’, ‘a rotoli’, è presente anche in Il campo del vasaio (“Il capo del governo spiegava pirchì l’economia del nostro paìsi annava a scatafascio” CV 35); in La cappella di famiglia (“si si nni perdi una tutto va a scatafascio” CF 34) e in Il cuoco dell’Alcyon (“Montalbano ristò assittato ’n machina ad aspittari il ritorno di Livia, non voliva farisi vidiri nei paraggi dell’albergo. Se si ’ncontrava col guardaspalli, mannava tutto a scatafascio” CAL 92). Di scatafasci si parla in entrambe le redazioni di Riccardino, sempre con riferimento a una corpulenta signora che con la sua mole, può determinare, appunto, scatafasci, ovvero ‘rovine’, ‘sfaceli’: “La cinquantina che s’apprisintò stazzava supra i centotrenta chila, era tutta carricata d’oro, orecchini, braccialetta, spille, collane, aneddri (ecco pirchì Catarella, ’mpressionato dallo sparluccichio, l’acchiamava fìmmina signura) e aviva ’na circonfirenza tali che non ce la fici a oltrepassari la porta rapruta a mezzo. Rischiava di ristari ’ncastrata. Montalbano si susì, currì a spalancari l’autra anta e, a scanso di scatafasci e sdirrupamenti, fici assittari la fìmmina supra al divanetto che, sopraffatto, si lamintiò scricchiolanno perigliosamenti” (RIC 60). Il problema nasce quando rivolgiamo l’attenzione verso La setta degli angeli, dove si legge di un vescovo “Sò Cillenza riverendissima monsignor Egilberto Martire”, il quale “posò la cornetta del tilefono e pigliò uno scartafascio che aviva supra al tavolino. Lo raprì, lo sfogliò, ne tirò fora un foglio e doppo sonò il campanello che tiniva a portata di mano” (SAN 77). È scartafascio un errore dovuto all’edizione o così già appariva nel supporto (cartaceo o elettronico: ah, saperlo!) che l’autore ha trasmesso all’editore? E, in questo secondo caso, si tratterebbe di un errore compiuto da chi ha digitato il testo poi inviato per la stampa o di una scelta fatta consapevolmente dall’autore? Salvo fortunati ritrovamenti tra le carte lasciate da Andrea Camilleri, possiamo soltanto formulare ipotesi e, tra queste, la più probabile è che chi ha digitato il testo abbia – per la probabile interferenza della seconda parte del composto scatafascio – sostituito con il nesso sc la doppia cc di scartafaccio e che poi tale errore sia passato nelle successive fasi editoriali. Sarebbe una conclusione verosimile, anche se banale e un poco malinconica. Ben più ricca l’ipotesi che Camilleri abbia voluto giocare con lo scartafaccio del vescovo, trasformandolo in uno scombinato scartafascio (un insieme di carte prossimo allo sfascio?) contenente, in ordine sparso, il foglio con gli appunti che il prelato andava cercando. Ipotesi forse compatibile con quanto sappiamo circa l’estro linguistico camilleriano, ma indimostrabile: in assenza di uno scartafaccio che la documenti. (g.m. gennaio 2026).