tragediatore

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tragediatore (t. è, dalle parti nostre, quello che, in ogni occasione che gli càpita, seria o allegra che sia, si mette a fare teatro, adopera cioè toni e atteggiamenti più o meno marcati rispetto al livello del fatto in cui si trova ad essere personaggio) [commediante; “Chi fa tragedie, ma non nel senso di tragediografo o drammaturgo. La traduzione letterale sarebbe questa, ma già nel suo Kermesse Sciascia opera una sottile distinzione tra due «tragediaturi», quello dell’area palermitana e quello della più ristretta area racalmutese. [...] Dalle mie parti, a una manciata di chilometri dal paese di Sciascia, «tragediaturi» significa tutt’altra cosa: è propriamente chi organizza beffe e burle, spesso pesanti, a rischio di ritorsioni ancora più grevi” GM 106; “Tragidiaturi, Tragediatore. Che rende il vivere continua tragedia, a sé e agli altri. Ma altrove in Sicilia, e a Palermo specialmente, «tragidiaturi» è chi tiene i familiari in triboli, in angoscia; chi li assilla, li ricatta, li minaccia; chi a minime inosservanze, distrazioni o sprechi reagisce con lunghe prediche o mute violenze. A Racalmuto, invece, il «tragidiaturi» è una specie di «ingegnoso nemico di se stesso»: uno che si arrovella, che si rode di preoccupazione e di apprensione per ogni cosa che i familiari fanno o non fanno, di tutto malcontento – ed anche delle cose buone e belle, di cui diffida e mugugna aspettandosene il rovesciamento, l’inevitabile avvento del contrario. Ragionatore, sofista, ma sempre della scienza del peggio. S’appartiene al pirandellismo di natura, rigoglioso nella zona. Gli amici e i conoscenti tengono in considerazione di filosofi o di saggi coloro che nel «tragediare» danno nel sublime; le mogli, le madri, le figlie (la parola è di prevalente uso femminile) li considerano semplicemente e soltanto «tragidiatura»: ma più con compatimento e leggera irrisione che con astio” L. Sciascia, Kermesse, Sellerio, 1982, pp. 60-61] SD 49, 50