Boccaccio/Decameron

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Schede contestuate

Boccaccio/Decameron  

Riunisco, in questa scheda contestuata, le occorrenze del nome Boccaccio e del titolo Decameron; con l’aggiunta di un’appendice concernente la traduzione delle novelle di Elisabetta da Messina e di Andreuccio da Perugia, trasposte in lingua vigatese.

Boccaccio

Tutto è cominciato con un articolo, apparso il 27 luglio 1997 sulle pagine di “Il Messaggero” e intitolato Il ribaltone sotto le lenzuola. L’articolo, poi riproposto nella raccolta Racconti quotidiani (a cura di Giovanni Capecchi, Libreria dell’Orso, 2001, pp. 45-47), si occupa di un sondaggio, secondo il quale “il 53 per cento delle fìmmine nostre dichiara di non aver mai provato un orgasmo” (RQ 45). Camilleri commenta tale dato statistico con un ragionamento che, almeno sotto il profilo linguistico, appoggia sull’autorità di Giovanni Boccaccio, il cui nome lì appare citato (forse) per la prima volta: “Se la matematica non è una piniòne, viene a dire che al 53 per cento d’insoddisfatte corrisponde un 47 per cento di fìmmine che, al contrario, nell’usar col mascolo ne ricavan diletto (per dirla alla Boccaccio)” (RQ 45).

Dieci anni dopo (siamo nel 2007) l’editore Guida pubblica La novella di Antonello da Palermo. Una novella che non poté entrare nel Decamerone, scritta alla maniera del Boccaccio da Andrea Camilleri, del quale una nota in quarta di copertina (non firmata ma di evidente mano dell’Autore) si dice che abbia preso “gusto agli apocrifi già da quando dovette falsificare la firma del padre su una ginnasiale pagella e di essi continua a compiacersi ancor oggi, a 81 anni passati”.

Esistono fondate ragioni per ritenere che la lettura dell’Autore trecentesco sia stata, per Camilleri, una costante fin dagli anni giovanili, e che dal Decameron abbia poi tratto motivi ispiratori, spunti per costruire fisionomie e dialoghi di personaggi, moduli linguistici.

Lo si comprende leggendo la Nota al testo, da un lato tesa a rivestire di un’aura di credibilità il ben architettato falso, dall’altro – e questa volta in spirito di verità – a dialogare con Alberto Asor Rosa su quella che sembra essere una discussione relativa al tempo e al luogo in cui il Decameron fu composto e alla “inconfondibile patina fiorentina” dei personaggi boccacciani, ma che anche può essere letta come una riflessione sulla propria esperienza di scrittura, lontano dall’ambito geografico, storico, culturale e linguistico che innervano la creazione della lingua vigatese.

Asor Rosa aveva affermato: “Boccaccio era rientrato da Napoli a Firenze nell’inverno tra il 1340 e il 1341. Per quanto sia impossibile escluderlo in via di fatto, tutto porta a pensare che la stesura delle novelle cominci dopo questa data, se non altro per l’inconfondibile impronta fiorentina che sta dietro, se non ad ognuna di esse, all’operazione narrativa nel suo complesso da cui sono tutte contraddistinte” (NAP 42). Camilleri obietta: “Boccaccio viene mandato dal padre a Napoli nel 1325 per lavorare alla succursale napoletana dei Bardi. In altre parole arriva a Napoli che è poco più che un ragazzo. È qui che avviene la sua formazione culturale e umana, a contatto con i dotti di corte come Cino da Pistoia o l’astronomo genovese Andalò del Negro, il sulmonese Barbato, Paolo da Perugia, Dionigi di Borgo San Sepolcro, il monaco Barlaam… Non vi sembrano essi stessi, al solo elencarli con i luoghi di provenienza, personaggi del Decamerone? E quante storie dei loro paesi avranno raccontate al giovane fiorentino (o certaldese)?” (NAP 42). Poco più avanti, dopo essersi chiesto: “Perché ipotizzare che Boccaccio abbia dovuto attendere il ritorno a Firenze nel 1340 per mettere mano a delle novelle? Perché a Napoli non gli era possibile dare alle cose che andava scrivendo «l’inconfondibile impronta fiorentina»?” (NAP 43), inserisce un’esclamazione che può essere intesa come testimonianza del proprio vissuto: “Ma via, uno scrittore non ha bisogno di essere fisicamente in un certo luogo per restituirne, sulla pagina, l’inconfondibile impronta” (NAP 43).

Detto, per inciso, che Camilleri può disputare da pari a pari con gli studiosi, mostrando approfondita conoscenza dei testi e delle connesse questioni interpretative, non possiamo dimenticare che questo suo sapere egli lo impiega per dare sostanza alla scrittura narrativa (come fa nel 2010, creando un sapido siparietto all’interno delle cronache con rabbia raccolte in Di testa nostra: “In Sicilia, un nobile fu abbandonato dalla moglie che, lasciato il castello dove viveva col marito, si trasferì in un appartamento poco distante. Il nobile, per ripicca, si prese per amante una giovane molto bella. E ogni volta che seco lei giacea, per dirla alla Boccaccio, saliva nella torretta, dotata di una grossa campana, e vigorosamente la suonava, svegliando moglie e l’intero paese” DTN 15-16), o per aggiustare i conti (in Questo mondo un po’ sgualcito, 2011) con la critica accademica, parlando a nuora, perché suocera intenda: “Mi fanno ridere i critici di oggi che arricciano il naso di fronte a un best seller. C’è best seller e best seller. Ma riflettiamo: Boccaccio pubblica in pochissime copie il Decameron, e nello stesso anno ne vengono trascritte dagli amanuensi 400 copie. Non è un best seller, chiedo a questi signori con la puzza al naso?” (MSG 116).

Sull’apocrifo boccacciano ritorna nel 2012 (Tutto Camilleri), rispondendo a una domanda di chi lo intervistava al riguardo: “La novella di Antonello da Palermo nacque così. Il curatore della collana Guida che s’intitola «Autentici falsi d’autore» venne a trovarmi portandomi i primi quattro libretti pubblicati e incitandomi a scriverne uno. M’invitava a nozze. Gli risposi che ero indeciso tra Verga e Boccaccio. Poi scrissi Il colore del sole in una probabile lingua non letteraria del Seicento. Mi scattò allora la voglia di cimentarmi nell’italiano del Trecento e optai per Boccaccio. Per questi due libri, per l’excursus storico nella nostra lingua, mi è stato assegnato il Premio Boccaccio 2007 a Certaldo. Non nascondo che mi ha fatto molto piacere” (TC 386).

Nello stesso anno, nell’alto contesto della lectio doctoralis Sullo stato di salute della lingua italiana – tenuta a Urbino (15 novembre 2012) e pubblicata l’anno successivo in Come la penso –, coglie l’occasione per ribadire il concetto già espresso nel dialogo a distanza con Asor Rosa e così esprimere, nel contempo, la sua opinione sul valore dei dialetti: “Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto. E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca?” (CLP 245).

Con tutta probabilità, è nella conversazione con Tullio De Mauro (raccolta in La lingua batte dove il dente duole, 2013) che Camilleri richiama con maggior forza – e in contesti diversi – il nome di Giovanni Boccaccio: “prima del 1861, prima dell’Unità d’Italia, la lingua italiana esisteva già, esisteva un signore che si chiamava Dante, un signore che si chiamava Petrarca e un altro che si chiamava Boccaccio” (LBDD 29); “Da allora sono sempre stato preso dal suono della lingua italiana. Una goduria estrema, per esempio, fu la lettura di Boccaccio. Fu una goduria il suo fluire narrativo splendido, scintillante. Con Dante, invece, mi trovai in difficoltà perché la sua lingua è più rocciosa, più difficile e piena di significati, di sotto-significati, di allusioni, di rimandi” (LBDD 63); “Tanti anni dopo ho provato a mimare il linguaggio di Boccaccio in una novella finta che ho scritto e pubblicato. Scriverla è stata una delizia, un divertimento personale, ma era mimare un linguaggio. «Dilettose donne, nel tempo che i franceschi di Cicilia furon cacciati, egli già fu in Palermo un giovane leggiadro, ricco assai e d’orrevole famiglia, il quale ebbe nome Antonello Marino…» (La novella di Antonello da Palermo, Guida Editori, 2007)” (LBDD 63).

Ancora due menzioni del certaldese compaiono in Donne (2014): “[Beatrice] Ignora, per dirla fuori dai denti, d’essere l’oggetto non dell’amore, ma del vizio solitario, tutto mentale, di Dante. Il quale, quando si fissava sopra una cosa, non c’era verso. Francesco Petrarca, in una lettera all’amico Giovanni Boccaccio, scrive d’aver visto una sola volta Dante, quando era fanciullo, venuto in casa a trovare il padre” (D 19-20); “Ma non c’è dubbio alcuno che bisognerà aspettare ancora sino al Decamerone di Boccaccio per trovarvi finalmente un intero catalogo di donne così com’erano e sono, senza esaltazione o denigrazione, coi loro difetti e le loro virtù. Ho avuto anch’io una Beatrice, che però veniva chiamata Bice. Ma la mia storia con lei attenne alla narrativa di Boccaccio, non alla poesia di Dante” (D 20).

C’è infine un’ultima occorrenza (compresa nei ricordi raccolti in Esercizi di memoria, 2017) in cui il cognome compare, non a indicare lo scrittore ma il premio a lui intitolato: “Tra i premi letterari più importanti che ho ricevuto voglio qui ricordare il Campiello (alla carriera), il Mondello e il premio Forte dei Marmi per la satira politica. Invece, stranamente, ho vinto quasi tutti premi intestati al nome di autori famosi: il Pavese, il Chandler, il Vergani, il Mastronardi, il Chiara, il Cardarelli, il Morante (due volte) il Vittorini, il Boccaccio, il premio Pepe Carvalho, il Gogol, il Flaiano e il Superflaiano” (EM 170).

Decameron

Il titolo dell’opera ricorre, come già abbiamo visto, in La novella di Antonello da Palermo, Questo mondo un po’ sgualcito, Donne.

Così pure in Tutto Camilleri, dove troviamo alcuni passi, ancora non presi in esame ma del massimo interesse per comprendere come la poetica camilleriana si sia formata nel dialogo con la grande tradizione letteraria: “Le conclusioni di questo secondo apocrifo non riguardano l’epilogo della vicenda ma innescano una polemica letteraria con Asor Rosa: lei sostiene che Boccaccio possa aver scritto delle novelle ancor prima del rientro a Firenze e dunque a Napoli, senza perciò «l’inconfondibile impronta fiorentina». Una tesi che le è anche servita per legittimare il suo apocrifo sicilianeggiante. Certo. Ma vede, su un uhr-Decameron [sic] che dava spazio ai dialetti si è a lungo parlato e discusso. Io ho colto al volo l’occasione. Questa è comunque la parte in cui nulla è falso. La polemica, voglio dire, è autentica oltre che fondata. Non si tratta di polemica con Asor Rosa, ma di un parere modestamente diverso. E credo molto fondato” (TC 387);

Perché soltanto i due giovani amanti parlano in dialetto? Anche gli altri attanti, i due genitori, sono siciliani, ma si esprimono in lingua. La passione sessuale si sprigiona di più nel parlato più sorgivo e naturale? Se è vero che è esistito l’uhr-Decameron [sic], mi sono posto la domanda se Boccaccio avesse usato sempre e comunque i dialetti per tutti i personaggi. E sono arrivato alla conclusione che avrebbe incontrato grossi problemi di comprensibilità. Penso che abbia fatto parlare in dialetto, all’interno di una novella, solo alcuni personaggi. E qui mi è piaciuto che a parlare in dialetto fossero i due amanti. Il dialetto crea intimità” (TC 388).

Appendice

Forse proprio pensando a quell’intimità che, secondo Camilleri, il dialetto crea, Romano Luperini ha avuto la luminosa idea di chiedergli di tradurre, nella sua lingua vigatese, due novelle del Decameron: Elisabetta da Messina (IV, 5) e Andreuccio da Perugia (II, 5).

Lo studioso racconta di aver conosciuto lo scrittore nel corso di un evento organizzato dall’Università di Siena e, successivamente, di aver cominciato a frequentarlo a Roma. In uno di questi incontri, gli propose di “collaborare a un mio manuale, trascrivendo in italiano moderno e magari anche in siciliano un paio di novelle di Boccaccio, fra cui quella di Andreuccio da Perugia: cosa che fece con entusiasmo e senza alcun compenso” (R. Luperini, Per Camilleri, intellettuale militante: consultato il 30 novembre 2022).

La traduzione delle due novelle è stata pubblicata in R. Luperini, A. Baldini, R. Castellana, P. Cataldi, P. Gibertini, L. Marchiani, La letteratura e noi. Dal testo all’immagine, 1, Il Duecento e il Trecento, Palermo, G. B. Palumbo editore, 2013, pp. 478-500, con una nota introduttiva che spiega come a ispirare la proposta sia stata l’attitudine di Camilleri a forgiare una lingua sua propria: “Una tale operazione linguistica Camilleri ha fatto anche con le due novelle di Elisabetta da Messina e di Andreuccio da Perugia, da lui tradotte appositamente per questo manuale. Esse evidentemente ben si prestano al suo gusto di «sguazzare» nel dialetto. Per entrambe le novelle Camilleri mantiene la lingua originale del Boccaccio solo nelle rubriche, mentre per il resto si serve del «dialetto riveduto» del siciliano e del napoletano” (ivi, p. 478) (g. m. dicembre 2022).